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Nati due volte – Giuseppe Pontiggia

03/06/2010

Avete presente quei libri che a scuola ti obbligavano a leggere?  Bene, per me questo libro è stato un tuffo nel passato; non ho potuto abbandonarne la lettura perchè rientra nei testi che devo analizzare per un esame all’università, ma dato lo scarso interesse ed entusiasmo nel commentarlo, penso che l’esito dell’esame sia già scritto.   Lasciando fuori i miei problemi universitari, parto con la recensione/stroncatura.

Il protagonista, non che  autore del libro, narra i cambiamenti avvenuti intorno a lui con la nascita di Paolo, suo figlio disabile. La storia si dipana  in 38 flash che si si susseguono con una logica solo temporale alla base e che rimandano continuamente a qualcosa che accadrà ma che non accade mai. La scrittura è aggrovigliata, mista tra il banale e l’aulico toccato con le perle di saggezza che semina qua e là nel corso delle vicende narrate.  Il figlio, che dovrebbe ”rinascere


per la seconda volta”, viene completamente messo da parte per dar luce ai problemi che questo padre incontra nel suo cammino genitoriale. In tutto il libro Pontiggia si ostina a parlare di un’esistenza totale delle normalità che, invece di sensibilizzare il lettore riguardo quel muro che la società ha creato intorno ai disabili, sminuisce questa categoria.  Un continuo commentare fatti e personaggi e  un non filtrato astio nei confronti della medicina (non è proprio un bel messaggio da mandare), rendono la lettura a momenti davvero pesante e  una visione ancora più distorta della realtà che gira intorno al disabile. C’è da dire che le apparizioni di Paolo sono cariche di umanità e di voglia d’integrazione; altra nota positiva è l’elogio che l’autore fa a tutti i disabili, suo figlio compreso, “che lottano non per diventare normali ma se stessi”.

Sarò stata troppo schietta/cattiva, ma le recensioni servono anche a questo.

3 commenti leave one →
  1. 06/06/2010 00:55

    Sottoscrivo in pieno!! :))

  2. valeaparigi permalink
    17/06/2010 14:30

    A me, invece, questo libro di Pontiggia è piaciuto molto. L’ho trovato privo delle solite banalità e luoghi comuni che normalmente si accostano ai concetti di malattia e disabilità. Sono le parole oneste e sincere di un padre sfibrato, un racconto ruvido di quello che vive un uomo attraverso un figlio che normale non è e non sarà mai. Molto spesso mi sono trovata a riflettere su quanto possa essere difficile accettare una situazione del genere, imparare a conviverci, trovare una ragione, se una ragione esiste, al fatto di doversi poratre dietro una croce così. Non so se aiuti l’amore o la fede in un dio, non so che possa infonderti forza e coraggio. Credo però di comprendere uno sfogo amaro, una sacrosanta rabbia e comprendo anche che tanti genitori possano non farcela, possano non reggere, possano essere stanchi, sfiduciati, induriti. Trovo che ci sia molta umanità anche in questo, nei limiti di uno che prima di essere padre è un uomo. E questo non significa a mio parere essere poco sensibili o sostenere che la disabilità debba continuare ad essere emarginata e temuta, guardata con disprezzo o imbarazzo, ma che vada compresa in ogni suo aspetto e da ogni punto di vista, anche da quello di un genitore.
    Grazie per lo spunto interessante del tuo post e un saluto, ciao, Vale

    • 17/06/2010 14:52

      certo!!la disabilità va ascolta, compresa ed aiutata.. io studio per farlo e spero di mettere in opera il mio studio il più presto possibile. Ma questo libro proprio non mi è piaciuto: dov’è Paolo mentre il padre si sfoga?? mi è stato consigliato perchè dovevo vedere cosa succedeva a livello umano tra paolo e il padre..ma qui il rapporto è davvero minimo!

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